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Intendo per “fuori mercato” lo spazio amplissimo in cui si colloca la scrittura libera. O, per meglio dire, quella scrittura che vive della propria necessità, che si fa per un processo metabolico necessario all’autore o all’autrice in modo assolutamente indipendente da una funzionalità sintonizzata sulla logica dei diversi sistemi di mercato.
Essere autori significa filtrare la realtà attraverso di sé, attraverso la propria fede, le proprie opere. A partire da sé, dalla propria storia, dalle proprie idee. Le leggi dell’attuale industria culturale oggi non consentono a questa pratica la diffusione necessaria a farne conoscere i prodotti ad un pubblico allargato.
Essere “fuori mercato” è in molti casi il risultato di una serie di scelte, di una selezione di percorsi operata dall’autore che segue la propria vena tanto da non accettare taciti sistemi di scambio, da non voler dare per principio garanzie politiche. Perché la funzionalità ad un sistema, con qualunque sistema, confligge con la veridicità della propria ricerca.
Dare garanzia del proprio orientamento, essere affidabili tanto da far sì che il “mecenate” (l’investitore) possa essere sicuro di non averti mai contro, significa concepire prodotti preconfezionati. La scrittura libera è per sua natura infedele, inaffidabile, ingestibile. Incontrollabile. Politicamente davvero indipendente.
La scrittura libera è fedele a se stessa, si affida ai propri input, autogestisce la propria crescita. E’ rizomatica: sale, scende, s’intrufola, prende un traghetto, viaggia sott’acqua, va qualche volta via etere, via cavo, via satellite. E soffre, anche se non lo dice, della propria marginalità. Vorrebbe a volte entrare nel supermercato.
Ma perché dovrebbe il mecenate investire in qualcosa di assolutamente non garantito, bizzoso, umorale, sgamato e che fa il proprio gioco, capace di autorevolezza e che non accetta autorità? Perché mai il sistema di controllo che la somma dei fattori pone sulla soglia della distribuzione dovrebbe mostarsi debole?
Non vi è ragione che lo faccia: infatti non lo fa. Il rimpianto di non essere in vetrina, dove puoi incontrare il lettore curioso di te, è il punto debole della posizione “fuori mercato”. Inficia la sua dignità. Vi è a monte l’illusione romantica che il proprio tormento creativo debba essere riconosciuto, sul podio, valido-autentico-significativo. Vi è il dolore per un’esclusione che, rifiutando le vie consuete, si è scelta passo dopo passo, e che tuttavia a tratti tormenta, anche quando si sa che gli autori più originali debbono passare le forche caudine di editors analfabeti che attraverso la riscrittura ne conformano le opere a presunti target, che questi target rispondono a logiche conformiste di politica culturale, che i canali della critica e delle recensioni sono in molti propaggini del mercato della pubblicità.
La necessità di poesia non sposa le leggi attuali della distribuzione culturale: esistono elementi spiegabili e inspiegabili della marginalità della scrittura libera, che trova spazio davvero ovunque, come l’erba incolta, tranne che nelle aiuole del palazzo, dove i giardinieri la strappano, e, se albero, la innestano fuori natura.
Trovare nuovi terreni di coltura è il problema della scrittura libera, che insemina il circostante. Ma quando il seme viene clonato, come spesso avviene, la pianta artificiale soffoca quella che nasce dal seme originario. È in atto, a livello culturale, la stessa lotta che è in corso nel mondo a livello genetico. (A.Barina, 2001)
* contributo al manifesto Nessun Alibi
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